Dalla legge Galli ai giorni nostri
Perchè i referendum: ovvero le origini e le scelte privatizzatrici che ci hanno portato fino ad oggi
L’origine dei processi di privatizzazione della gestione del servizio idrico integrato va ricercata nella Legge n. 36/1994 (cosiddetta Legge Galli).
Alcuni punti di questa legge costituiscono senz’ombra di dubbio delle innovazioni importanti:
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viene infatti prevista la proprietà pubblica dell’acqua e la sua salvaguardia come patrimonio ambientale da consegnare integro alle generazioni future;
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si stabilisce la priorità del consumo umano rispetto a quello industriale ed agricolo e che, tale uso, deve avvenire secondo criteri di solidarietà;
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si definisce il servizio idrico come integrato, ovvero in cui le funzioni di captazione, distribuzione e depurazione dell’acqua sono interconnesse fra loro;
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si delineano gli Ambiti Territoriali Ottimali, corrispondenti ai bacini idrografici, e si costituiscono autorità che dovrebbero redigere un bilancio idrico dei bacini e pianificare l’utilizzo della risorsa.
Ma qui finiscono gli aspetti positivi, perché quando si passa dai principi alla sostanza, la legge prefigura una gestione improntata ad una concezione aziendalista e orientata al raggiungimento del profitto e introduce il criterio del “full recovery cost”, ovvero della copertura integrale, attraverso la tariffa, dei costi d’investimento e di esercizio.
E soprattutto prevede, all’interno dei costi da coprire, anche un’adeguata remunerazione del capitale investito, ovvero la garanzia preventiva di adeguati profitti, determinando così l’avvio della mercificazione del bene acqua.
Sono state poi le diverse normative di riordino dell’ordinamento degli enti locali, dalla Legge n. 142/90 sino al Testo Unico degli Enti Locali (TUEL) D.lgs n. 267/2000 ad accompagnare verso la trasformazione in Società per Azioni tutte le gestioni esistenti, sancendo così una gestione privatistica (anche quando il capitale della S.p.A. è interamente pubblico) del servizio idrico integrato.
A partire dalla Legge n. 448/2001 (Legge Finanziaria 2002) si susseguono i tentativi dei vari governi di rendere definitivi e irreversibili i processi di privatizzazione del servizio idrico, passando per il Dlgs 152/2006 (Decreto Ambientale) fino all’attuale art. 15 d.l. 135/09 (cosiddetto Decreto Ronchi) che ha modificato l’art. 23 bis della L. 133/08 il quale prevede come forme ordinarie di affidamento la gara ad evidenza pubblica e la società mista pubblico-privato (nella quale il privato, scelto attraverso gara, possegga almeno il 40% delle azioni), relegando come residuali e straordinarie persino le gestioni attraverso S.p.A. a totale capitale pubblico.
Serve l’autorità di garanzia?
Proprio perché siamo in presenza di un monopolio naturale e dunque in assenza di mercato, un’authority di regolazione non avrebbe nessun senso, in quanto non avrebbe nessun mercato da regolare.
Inoltre, se l’idea dell’authority nasce dalla constatazione dell’insufficienza e della corruzione delle istituzioni pubbliche, è chiaro il circolo vizioso che si innescherebbe:
come può essere prodotta da un sistema istituzionale considerato inefficiente e corrotto un’authority indipendente e capace di agire per il bene pubblico? E, viceversa, se fossimo in presenza di un sistema istituzionale efficiente e degno, a che servirebbe un’authority regolatrice?
La verità è un’altra: la vera autorità di controllo è la cittadinanza attiva e partecipante.
Perchè la ripubblicizzazione e non lasciare la possibilità ai comuni di decidere tra le varie forme di gestione?
La ripubblicizzazione è esattamente la modalità che permette la restituzione della sovranità ai comuni liberi e associati. Comuni intesi come enti locali di prossimità e punto di riferimento dei cittadini, i quali sono i veri proprietari sociali di un bene essenziale come l’acqua.
Se l’acqua è un bene comune e un diritto umano universale, nessuno, per quanto eletto, può disporne in maniera esclusiva.
Inoltre, va sottolineato che dare la possibilità ai comuni di scegliere tra la gara, le S.p.A. miste pubblico-private e le S.p.A. a totale capitale pubblico significa compiere una pura operazione ideologica, perché tutte le tre forme di gestione sono di carattere privatistico.
La vera alternativa è tra privatizzazione e ripubblicizzazione del servizio idrico.


