Il Canto dell’acqua
“Buon giorno“, disse il piccolo principe.
“Buon giorno“, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva piu’ il bisogno di bere.
“Perche’ vendi questa roba?” disse il piccolo principe.
“E’ una grossa economia di tempo“, disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre’ minuti la settimana“.
“E che cosa se ne fa di questi cinquantatre’ minuti?”
“Se ne fa quel che si vuole…”
“Io“, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatre’ minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”
Andavamo a trovare ogni tanto certi parenti o vecchi amici di famiglia. In quelle occasioni poteva capitare che sul tavolo – accanto a scatole di medicine – ci fosse una bottiglia d’acqua minerale. Stava lì per qualche rene o prostata, ordinata dal medico. Per noi bambini, a parte il diversivo di assaggiarla, la sgradevole sensazione – in bocca – d’un triste sapore d’acqua ferma. Vuoi mettere l’acqua fresca, vivace del rubinetto di casa? O – accaldati dai giochi – il piacere di attaccare la bocca alla fontanella dei giardini pubblici?
Poveri vecchi pensavamo tra noi…
Nel giro di pochi anni, invece, senza che quasi ce ne accorgessimo, le tristi bottiglie d’acqua ferma sono diventate d’uso quotidiano. Si moltiplicano dalle rubriche di fitness gli appelli di medici ed esperti a bere di più, mentre le fontanelle pubbliche spariscono e la qualità dell’acqua dei rubinetti di casa si abbassa.
Le stazioni ferroviarie di tutta Italia, dalla più grande alla più piccola, sono fornite di fontanelle pubbliche ma dai rubinetti non esce più una goccia. Per bere devi servirti dall’apposita distributrice di bottigliette in pvc. La statistica nazionale ha incluso la cassa d’acqua minerale nel “carrello della spesa” teorico per valutare il potere d’acquisto da garantire ai redditi minimi. Nei ristoranti dove fino a vent’anni fa per aver l’acqua minerale dovevi chiederlo esplicitamente, oggi se chiedi l’acqua del rubinetto ti guardano come un specie di diseredato e fanno commenti sprezzanti.
A novembre dello scorso anno con un decreto su cui è stata posta la fiducia il governo italiano ha stabilito che le risorse idriche andranno in mani private fissando ad una quota minoritaria la partecipazione pubblica nelle aziende di gestione.
Come stanno in relazione tra loro queste cose? Quanto c’è di casuale e quanto di governato nella mutazione culturale che ci ha portato dal godere dell’acqua delle fontane come gesto spontaneo e di diritto pubblico a considerare normale spendere anche un euro e cinquanta per mezzo litro d’acqua invecchiata in un contenitore di plastica velenosa?
Oltre alla trama delle responsabilità politiche e delle aggressioni industriali non c’è anche – soprattutto – l’incapacità sempre più diffusa a riconoscere l’esistenza di beni primari?
Di qualcosa che ha valore e significato oltre la sua potenziale commerciabilità?
Non è che prima ancora di smarrire il senso dell’acqua come bene pubblico abbiamo smarrito tout court il senso di bene pubblico?
Ecco un campo in cui l’arte - perché lavora “de facto” sulla creazione di valore - può dire qualcosa.



